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28 aprile 2010

Macomer: la cultura occupata "manu militari"

 la conferenza stampa con l'assessore Baire ed il colonnello Giardini


Forse pensano che questa sia cultura: il salone del libro di Macomer con i militari (pagati per partecipare) e senza gli scrittori - i librai confinati in uno stanzone col tetto che fa acqua - i libri invisibili coperti da teli di plastica.

Si è toccato davvero il fondo - oltre ci sono soltanto i roghi nelle piazze - ormai siamo al paradosso.

E loro non provano vergogna.

Ma, cosa che mi lascia davvero senza parole né speranza, i sardi di laggiù non protestano nemmeno: nessuna manifestazione, nessuna opposizione, niente.... nessuno che opponga il proprio prezioso corpo fisico all'avanzata delle truppe dell'ignoranza.

Così, mentre loro vanno avanti imperterriti, l'opposizione diventa 'meta-opposizione', l'indignazione 'meta-indignazione', con qualche sporadica voce - necessaria, per carità... - ma solo in rete.
I sardi sono ormai convinti che basti avere un'opinione e dirsela l'un l'altro per pacificare la coscienza democratica.  

E loro se ne fregano.

22 aprile 2010

VIGLIACCHI

VERGOGNA

l'eroico comportamento dei vigili urbani di Quartu S.Elena (Cagliari): in quattro su un giovane senegalese che ha l'unica colpa di vendere per strada senza licenza e rifiutare di farsi ammanettare

il comune è di centro-sinistra, retto dal sindaco dott. Luigi Ruggeri, dal quale mi aspetto che PORGA PUBBLICHE SCUSE A QUEL RAGAZZO E SOSPENDA I VIGILI PROTAGONISTI DI UN SIMILE ATTO DI VIGLIACCHERIA RAZZISTA

intanto mi chiedo:
se non avessero avuto testimoni, lo avrebbero ucciso come hanno fatto i loro colleghi di Ferrara con Federico Aldrovandi? o pestato a sangue come Emanuel Bonsu a Parma.

Chi li ha assunti? Chi li ha formati? Chi li dirige? Quale concetto hanno dei diritti umani? Che clima pericoloso e paranazista si respira oggi dentro le caserme? 

Trovo che si stia discendendo verso una china insostenibile. L'arroganza di questi delinquenti in divisa va fermata subito e con decisione.


19 aprile 2010

post provvisorio



A causa della nube islandese, e nonostante una faticosa giornata sui treni per compiere comunque l'inutile tentativo di trovare un volo, devo annullare tutti gli incontri programmati per questa settimana in Sardegna.

Mi dispiace davvero.

18 aprile 2010

Grigio di Baghdad

Grigio di Baghdad 

di Alberto Masala
Parto da Baghdad con i suoi 1400 checkpoints in una triste prima mattina di pioggia che rende ancora più plumbeo il grigio del cemento e più fangosa la polvere marrone degli sterrati. Il grigio qui non è più un colore: è una condizione mimetica che pervade lo sguardo appiattendolo in visioni disperate. Anche il respiro è razionato a brevi dosi in un soffio d'angoscia senza mai distesa. Nell'ultimo tratto, mentre il Toyota s'infila nel percorso obbligato tra i blocchi di cemento, penso alla generosità di Nicola Calipari ed alla forza di Giuliana Sgrena che ha scelto di tornare fra questa gente. Era marzo, sono passati giusto 5 anni. Mi guardo attorno e non riesco a pensare ad altro. Dov'era appostato Lozano? A che punto del percorso ha sparato?... è un'orribile sensazione percorrere uno spazio dove qualcuno ha ucciso, è un peso che arriva al cuore come se la stessa terra rifiutasse di inghiottire quel momento e lo rendesse materia solida, pesante e difficile da attraversare. E non si arriva mai... 14 passaggi, gli ultimi, dall'accesso dell'aeroporto al portellone dell'aereo: mettiti in fila, passaporto, apri la valigia, fatti perquisire, chiudi la valigia, togli la giacca, vuota le tasche, passa al metal detector, qualcosa squilla... la cintura, i bottoni metallici della camicia... lo scanner... ok, rivestiti, rimetti tutto in tasca... avanti il prossimo. Posso partire dall'Iraq. Sono illeso, le uniche tracce che esporto stanno nel profondo e mi hanno solcato l'anima lasciando detriti incancellabili. Ho visto poco e quasi tutto dai finestrini del pullman che ci ha portava sempre scortato da due pickup pieni di armati.

Dov'ero? A Bassrah (Bassora) al festival nazionale di poesia Al Marbid (o Marbed, Marbad, Marbadi, Marbeda nelle sue declinazioni...), e a Baghdad per una coda finale invitato dal Ministero della Cultura iraqeno. Il segnale di ripresa della “normalità” in un paese che vuole ricominciare a comunicare la propria capacità di produrre arte e pensiero. Il primo evento culturale, orgoglioso e fragile, persino prematuro e inattendibile dopo tanta guerra che tuttora non può dirsi finita... E per la prima volta il festival della poesia iraqena, interrotto da anni, si apre agli stranieri nel nome di Buland Al-Haidari, morto nel 96, innovatore di poesia e difensore dei diritti umani. Nel segno della libertà di espressione multiculturale. Un centinaio di poeti iraqeni, tutti i migliori, anche donne in una bassa percentuale di quota rosa perfettamente europea. Una grande assenza: Sa‘di Yusuf, l'enfant-terrible difficile da governare, indomabile, resistente, e, peggio, perfino comunista... (chissà cos'avrà combinato per non farsi invitare...). Nonostante i molti chiamati da Muniam al Fakir (poeta che vive a Copenhagen) e Aqeel Mindlawi (funzionario che si occupa del festival), solo uno sparuto gruppo di stranieri ha l'audacia di arrivare lì. Non ero l'unico italiano: c'era Anna Lombardo, amica poetessa da Venezia. E, per citare alcuni poeti, Jack Hirschman con Agneta Falk, cari vecchi compagni di tante vicende, Eric Sarner (filmaker francese ora in Uruguay), gli spagnoli Angel Petisme (cantautore) e Maurilio de Miguel (scrittore e giornalista), Kamal Akhlaki dal Marocco, Bayan Al Safadi dalla Siria ...

Bassrah, città dell'estremo sud alla foce dello Shatt-el-Arab, il Fiume-degli-Arabi formato dalla confluenza del Tigri con l'Eufrate dove finisce la Mesopotamia, sta giù nella tormentata strettoia sul mare tra Iran e Kuwait. Per tre giorni letture di continuo. A lato anche due mostre: pittura e fotografia, notevole questa per la presenza di un interessante ritrattista e di un reporter che lavora per la Associated Press. E tre concerti: sinfonico (miracolosa esecuzione di “Quadri di un'esposizione”), folklorico, e classico con l'orchestra nazionale di Oud.
Insomma, sono stato lì e ne sono tornato indenne. L'amorosa e allegra brigata che ci scortava aveva attenzioni e presenza quasi eccessiva, o almeno così pensavo all'inizio di quella scrupolosa preoccupazione e della ricorrente domanda degli intervistatori: “Vi sentite sicuri? abbastanza protetti?”
Ma a Baghdad ho capito e provato riconoscenza per tanta accurata protezione. Nella notte mi mostrano un hotel bersaglio del fuoco americano: ha un'ala spenta, scura, come un gigante stordito la cui bocca spalancata, mi dicono, era la sede di Al Jazeera. Per le strade nessuno. Dalla finestra al quarto piano del mio albergo decaduto, polveroso e fatiscente, vedo lo scorrere del Tigri e, all'improvviso, fiammate di colpi sull'altra sponda. “Oggi sono arrivati i risultati elettorali”, penso. Ci si abitua a tutto? No. Alla guerra no. Ai morti che ancora si producono ogni giorno senza far notizia, alla fierezza dolce di un popolo innocente che cerca di mantenersi in piedi nel dolore, alla dignità dei suoi poeti e intellettuali feriti in maniera insanabile nello spirito, ai quei bambini che ci accolgono cantando nel teatro circondati da militari armati, ai carri armati leggeri ad ogni incrocio, alle pericolose facce da rambo dei contractors... a questo non ci si può abituare. Ne sono per sempre testimone. Di rabbia. Per il mio paese interventista che ha acriticamente sostenuto una menzogna sporca di business e petrolio. Di orrore. Per la vigliaccheria di chi l'ha sostenuta giustificando l'occupazione. Di ribrezzo. Per l'arrogante presunzione di chi pretende di esportare democrazia in una terra che sa di essere culla della civiltà. Di disgusto. Per una crudele sub-cultura che millanta valori morali ma pensa agli affari. Che cosa siamo diventati? Provo dolore. Davanti ho l'umanità di chi, pur nella sofferenza, sa accogliermi con affetto e rispetto.

Ora so che niente è sprecato. La solidarietà attiva serve davvero specie se si ha l'occasione di poterla trasformare in presenza. Infatti, pur sapendo di rappresentare solo me stesso, sentivo l'enorme spinta emotiva di migliaia di persone che testimoniano la loro opposizione alla guerra. Di questo hanno bisogno: traducevo un gesto d'amore collettivo per continuare a nutrire il coraggio di chi resiste. 


SCHEDA DELL'EVENTO

Al Marbid, l'importante festival nazionale della poesia in Iraq, si svolge a Bassrah ed è voluto e sostenuto dal Ministero della Cultura. Interrotto per tanti anni, quest'anno ha ripreso con la 7° edizione intitolata al poeta kurdo-iraqeno Buland Al-Haidari scomparso nel 1996 dopo 30 anni di esilio. Lo slogan dell'edizione 2010 è: “Per una cultura nazionale della libertà di espressione e della multiculturalità”. In tre giornate vengono ospitati poeti iraqeni di tutte le provenienze, città e culture nazionali (kurdi, turcomanni, arabi, ecc...). Per la prima volta erano presenti anche poeti non Iraqeni. Gli invitati stranieri erano: Jack Hirschman (USA), Agneta Falk (Svezia/USA), Angel Petisme e Maurilio de Miguel (Spagna), Eric Sarner (Francia), Alberto Masala e Anna Lombardo (Italia), Sejer Andersen e Kristen Bjornkeer (Danimarca), Bayan Al Safadi (Siria), Kamal Akhlaki (Marocco), Ali Akbaş, Osman Çeviksoy, Nekdet Karasevda, Fatih Şahir, Imdat Avşar, Ayten Mutlu (Turchia). Si è svolto nei principali spazi culturali di Bassrah: Teatro Nazionale, Auditorium, Casa della Cultura. In parallelo anche mostre di arte visiva e concerti.


questo articolo è stato ripreso

* dal sito di Sardegna Democratica
* dal sito di Milanocosa
* dal blog di Angel Petisme (poeta e cantautore spagnolo, pacifista e antimilitarista, caro compagno di avventura in Iraq)
* dalla rivista on-line Sagarana

02 aprile 2010

articoli, interviste e reportage sul mio viaggio in Iraq


1 aprile articolo di Paolo Merlini su "la Nuova Sardegna" (*nota) - download

3 aprile intervista di Daniele Barbieri per "Liberazione" - download  e per "Piazza Grande" di maggio - download

a breve un mio reportage



intanto in Iraq si continua ad uccidere



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(*) nota all'articolo di Paolo Merlini sulla Nuova Sardegna.

Nel bell'articolo sulla "Nuova" di cui ringrazio ancora l'ottimo Paolo Merlini, ci sono un paio di imprecisioni dovute certamente a malintesi dato che tutto si è svolto rapidamente per telefono e non - come avrei preferito - per mail (scripta manent). Sul momento ho pensato di lasciar perdere e non dare importanza, ma dato che mi piace la precisione e stamattina mi sono svegliato dicendo nel dormiveglia: "No... No... No...", ho pensato di fare questo breve errata corrige:
- 1°. "In the executioner's house" (Nella casa del boia), il testo sulla guerra indirizzato a George W.Bush, non è uscito per la City Lights ma per la CC. Marimbo press - Berkeley. Questo per rispetto ai coraggiosi Editori e al grande Jack Hirschman che l'ha tradotto e sostenuto la diffusione.
- 2°.
La sua presenza nelle vetrine della libreria City Lights (dunque il sostegno di  Lawrence Ferlinghetti) è vera, come nelle foto che Jack mi ha spedito. E fortunosamente era il 50° della Libreria/Casa Editrice. Nella pagina apparsa su Repubblica per la ricorrenza si accennava al 'mito', ma non al fatto che c'era un libro italiano esposto: il mio.
- 3°. Non è proprio esatto che altri italiani non siano stati pubblicati dalla casa editrice di San Francisco (Pavese, credo Montale, ed altri...) - al telefono mi riferivo alla collana in cui sono usciti gli scritti di Pasolini - tradotti da Hirschman e Richman, dal titolo "In Danger"...
- 4°. La domanda: "Progetti per il futuro?" mi ha colto di sorpresa e non sapevo cosa rispondere anche se di progetti ne ho parecchi. Impappinato, ho detto la prima cosa che mi è saltata in mente, la più recente nel mio archivio cerebrale... L'interesse e la traduzione di Jonathan Richman per "Alfabeto" mi è stato riconfermato da Jack Hirschman in Iraq. Ma è prematuro parlarne... se ne riparlerà fra qualche mese

Ancora un saluto a Merlini, giornalista che stimo e apprezzo davvero anche umanamente, ma: "è la stampa, bellezza..."