Caro Lorenzo,
Sono un poeta. E non perché mi sia nominato tale, ma perché utilizzo la poesia per praticare autonomia interiore, esigenze di bellezza e di liberazione, e sono testimone che è possibile farlo. Gli altri mi chiamano poeta, tecnicamente lo so fare, vivo di questo, non ho altri mestieri se non tutto ciò che è attorno alla poesia, al pensiero, all'arte, alla cultura. Proprio come fai tu con le tue canzoni.
Non mi va di parlare di me, ma ora devo farlo
per stabilire una differenza (che è il mio quotidiano) e difendere l'alternativa
ad un sistema di pensiero che non mi appartiene.
Da sempre sto al bordo e ne ho fatto anche una teoria di vita. Non sono infelice per questo, e sono consapevole che il bordo non è creato da me e dalle mie scelte, ma proprio da quel sistema che esprime figure (culturali) come la tua.
Noi vi siamo utili. Tenendoci al bordo, voi attingete continuamente a ciò che noi pensiamo, viviamo, pratichiamo nel quotidiano: quella Beat Generation che per te è stata fondamentale fonte di ispirazione è molto più vicina a me ed al mio livello di vita, ne ho persino condiviso alcuni percorsi.
Abito in quella poesia di cui tu ed altri come te vi riempite la bocca - a mio parere molto superficialmente - riuscendo a farci sopra anche quegli affari che noi abbiamo mai nemmeno pensato di concludere. Quella poesia è la mia vita, il mio quotidiano, il mio canto, mi appartiene.
Dell'incidente che è successo ieri a Trieste tu non hai colpe dirette, credo anche nel tuo sincero dolore come in quello di un bambino che ferisce il fratellino nel gioco inconsapevole.
Ma non sei innocente. Quel gioco che tu conduci ha delle regole precise sulle quali taci, o non mediti, o che colpevolmente non vuoi vedere. Sono le regole dello star system di cui tu, tacendo ed accettando i vantaggi, fai colpevolmente parte senza per questo essere peggio (ma neppure meglio) di chiunque altro. E se c'è qualcosa di grave in questo, non è tanto che guadagni cifre inaccettabili in una Italia di crisi, miseria, disoccupazione, fame, immigrazione ed emigrazione (delle nostre intelligenze). La tua colpa sta nel tacere e farti tramite di uno psicodramma quotidiano - fenomeno sul quale invece io medito molto - e che cercherò di chiarirti in cinque semplici passaggi:
- Questa società è indiscutibilmente repressiva
- La morale che esprime deriva soltanto dalla difesa del privilegio
- Qui non esiste libertà, ridotta solo ad idea formalmente morale
- Unico obiettivo del sistema è autoriprodursi reprimendo i disturbi e le deviazioni
- In queste condizioni si sviluppa un'idea di arte che sia funzionale a tutto ciò
l'artista dunque:
- Non deve disturbare il processo di alimentazione del sistema
- Deve sviluppare il prodotto all'interno delle logiche del sistema
- Gli è consentito apparire diverso purché tutto questo sia gestibile dal sistema (con questa logica sono riusciti a commercializzare anche il Che Guevara)
- A questa apparente diversità degli artisti è affidato proprio il compito di dimostrare che siamo liberi, purché tutto resti nel gioco
- Così gli artisti sono complici di questo sistema che parla di libertà - è a loro infatti che viene affidato il compito di dimostrare che la libertà esiste (anche giocando ogni tanto a fingere di negargliela)
- Questi artisti vengono ricompensati col meccanismo della gloria, della fama, del danaro... a cui pochissimi saprebbero resistere
- Si difendono dicendo che loro stanno criticando il sistema da dentro, e che quelli come noi sono invidiosi, ma non considerano che quelli come noi hanno invece compiuto ben altre scelte in cui prevale l'Etica (cosa che in ogni caso ti butta fuori dal gioco) - e che non hanno mai nemmeno provato a diventare come loro.
Dunque, caro Lorenzo, sono io quello che da sempre fa (e paga) la vita che tu solo canti. Senza sforzo né rigidità.
penso che l'arte non possa parlare di libertà
ma sia invece eticamente destinata a parlare di liberazione
In concreto. L'incidente poteva succedere in qualsiasi concerto, ma con una differenza: tu a parole ti collochi e vendi il tuo prodotto a quell'area che in apparenza vorrebbe cambiare le cose - Ne fai sistema economico e fonte di enormi guadagni - In questo trovo una immensa CONTRADDIZIONE e non credo (per ora, ma ho fiducia che la gente possa cambiare) nella tua innocenza. Credo nella tua bontà d'animo, ma devi dimostrare la capacità di liberarti. Dunque, per ora porta questo peso, e cerca di meritartene il sollievo.
Intanto, in virtù dei poteri che mi sono conferiti, e fin quando non mostrerai di esserti emendato, ti vieto di:
- pronunciare la parola POESIA
- usarne a sproposito o ambiguamente le forme
- farne commercio in alcun modo
Non hai più scuse: da ora
SAI COME FUNZIONA IL SISTEMA. Se non rispetterai questa sentenza, ti condanno ad essere miseramente additato senza pietà ed a portarne la vergogna e la colpa.
E se, per il tuo senso di colpa ora dovessi ritirarti dalle scene, sappi che non provo pena alcuna, giacché penso che in questi anni tu abbia accumulato sufficiente danaro per farlo. Tanto, ma tanto, che a me con la poesia non basterebbero dieci vite.
---------------------------------------------------------
PRECISAZIONI SUCCESSIVE
---------------------------------------------------------
Per evitare di
essere subissato da interventi (anche gentili e graditi) ma devianti
dalla questione, ed a cui però dovrei rispondere – e loro sono tanti ed
io da solo... A quelli che continuano ad analizzare parlando di me e Jovanotti, invece che del SISTEMA
DELL'ARTE E DELLA CULTURA, rispondo - UNA VOLTA PER TUTTE – citando
spezzoni di risposte già date qui ai singoli e sperando che chi interviene
abbia prima la pazienza di leggere, per favore...
-------
Non ho sospetti sull'umanità di
Jovanotti. Ho rispetto per questo. Sono sicuro che il dolore che
prova per la morte di quel ragazzo sia sincero e lui fa bene a
sentirsi innocente - gli chiedo solo di meditare sulla macchina di
cui fa parte e che ha causato anche quella morte: il
sistema della cultura e dell'arte in Italia. La sua complicità sta
tutta lì e non sono disposto a chiudere gli occhi. Ma perché si
insiste sull'idea che io mi accanisca contro Jovanotti e non contro
quel SISTEMA delle cose che lui interpreta acriticamente?
-------
Non mi erigo a giudice: ciò di cui parlo mi riguarda (e
dovrebbe riguardare tutti, produttori e fruitori) e ne conosco
dall'interno i meccanismi. Jovanotti è esemplare di quel sistema
dell'arte e della cultura che descrivo (e QUESTO è il centro del
discorso). Lui lo condivide - senza essere innocente. E lo fa
attingendo ai buoni sentimenti di chi maggiormente in quel
meccanismo è vittima (e qui non sono certissimo della sua buona
fede).
-------
Non sono un censore. Sto solo difendendo un territorio, quello
dello spirito, a cui troppi accedono per i loro affari - Ho
analizzato (molto superficialmente) il sistema che produce questo -
e da chi critica NON SENTO DIRE UNA SOLA PAROLA... possibile
che analizzino soltanto il dito che indica la luna? - Di quel fatto
tragico lui non ha colpa diretta, ci mancherebbe! Ma è consenziente
del sistema che lo ha provocato
-------
La morte di Francesco Pinna mi tocca particolarmente perché
è avvenuta nell'ambito in cui anch'io vivo... ed anche perché
conosco molto da vicino la vita di chi monta palchi e stands... è
come se fosse successa nella fabbrica in cui lavoro anch'io. E ad un sardo come me.
-------
Vietargli la poesia è una maniera per dirgli: "Sei
smascherato. Fai ciò che vuoi, vivi come vuoi, di' ciò che vuoi,
ma non mi incanti... sei smascherato..."
Vietare è evidentemente una metafora... e volevo usarne una forte e
fastidiosa anche per me... appunto... ma almeno è chiara rispetto a
tutto ciò che invece nel quotidiano ci viene vietato in maniera
subdola.
Invece la si legge come un attacco a
lui e non alla macchina del consenso che lui stesso
impersona.
Insomma: io non vieto proprio niente a nessuno (e
nel concreto come potrei?)... il mio è un richiamo spirituale, etico, ad
uno che vorrebbe veicolare "buoni sentimenti" e si fa
tramite di una macchina assassina... ma vedere che questo concetto non è colto chiaramente mi fa davvero cascare le braccia e mi toglie
speranze...
-------
Non ho la stessa idea della poesia che
circola in generale in Italia, ma un'altra evidentemente molto distante. Questo
anche perché non vengo dalla tradizione italiana della poesia ma da
un'altra, con altri percorsi, meccanismi e funzione sociale.
Ho scritto molto su questo, ma non posso riassumere qui ciò che è
contenuto in un intero saggio sull'arte e la poesia.
Tengo però a chiedere di non mitizzare
i poeti: sono gente qualsiasi - e diventano poeti solo quando
pronunciano qualcosa di rilevante - altrimenti rientrano in quello
spazio privato e pieno di miserie personali come chiunque - i poeti
non esistono, insomma... esiste solo la poesia - che, a volte, può
anche restare... sopravvivere al misero corpo che l'ha prodotta ed a
cui non appartiene più - ma i poeti non esistono: sono un'invenzione
della poesia.
-------
Non vivo al bordo per mia
determinazione (non essendo io un costruttore di bordi), e,
incredibilmente, sto benissimo dove sono... a me interessa solo
vivere, magari con una qualità che io stesso mi scelgo (e
non esagero nelle pretese...). E se ho vissuto per tutta la mia vita
così, vuoi che mi 'sporchi' l'esistenza proprio alla fine? In
sostanza: abito al bordo di un pensiero dominante (come la
grandissima parte di chi potrebbe leggere queste parole) – ma da
quel bordo parlo (come vorrei che facesse la maggior parte di chi
legge queste parole).
Dunque non mi si immagini nella spirale maledetta della
frustrazione. Ho la felicità del mio quotidiano. Personalmente non
chiedo niente, non sto scalando nessuna posizione, non mi sento
neppure indispensabile (se non ai miei affetti personali)...
- Al riguardo cito il passaggio di una
vecchia intervista in cui mi si paragonava a due 'maledetti, Antonin
Artaud e Julian Beck:
- "Non trovo che né Artaud né Beck
siano ‘maledetti’. Lo è la società che li ha perseguitati con
la censura e la repressione. La poesia è il condominio di un palazzo
altissimo. Ai vari piani ci sono le residenze: Lucrezio e
Majakovskij, Ginsberg e Césaire, Baudelaire, Kavafis, Paz, Hikmet,
la Vicinelli… ognuno metta quelli che vuole. Voglio vivere lì,
anche se ne abito un sottoscala e non i piani alti. Ma c'è un atrio,
una portineria, un ascensore dove vado tutti i giorni (sai, per
mantenermi mi prendo cura del palazzo: penso che spetti ai poeti vivi
farlo). E prima o poi li incontro e li saluto: "Buon giorno,
signor Majakovskij… signor Rimbaud…" Loro rispondono
guardandomi. Io chiedo a me stesso solo la dignità di poter
ricambiare quello sguardo senza vergognarmi né chinare la
testa."
- -------
- sulle altre cose da commentare,
gli altri 'incidenti' sul lavoro, le disgrazie e le storture
quotidiane... non si farebbe in tempo (e poi chi sono io per esprimermi su
tutto pubblicamente? non un opinionista, non un giornalista, non un
sindacalista...) - questo non toglie che tocchino umanamente anche me
- per esempio: che dire della STRAGE DEI SENEGALESI a Firenze? mi
sembra molto importante e davvero dolorosa... ma qui preferisco
tacere e ascoltare la loro voce (dei fratelli immigrati) piuttosto
che inserire la mia.
---------------------------------------------------------
DEDUZIONI LOGICHE FINALI
(ven. 16 ore 22)
---------------------------------------------------------
Scrivendo avevo sperato e sopravvalutato il clima generale – ma effettivamente il mondo è
questo, e forse, come consigliano molti (quei coraggiosi che nella vita
tacciono e parlano solo qui in rete), si dovrebbe tacere... In
effetti non era la polemica che
cercavo, ma barlumi di pensiero, di esistenza, di resistenza.
La possibilità della violenza, a volte subdolamente amichevole, persino
mascherata di pensiero, è stata ingenuamente servita su un piatto ampio e comodo. Il livore
con cui sono stato assalito denuncia la situazione che già sospettavo: è
così, e lo è perché a tutti va bene che resti così. Guai a toccare il
gioco... il feticcio.
Sono scoraggiato dai commenti che non colgono mai il lato sostanziale della
questione: a niente vale un secolo di critica sociale che dice le stesse cose che, in altro modo e secondo una mia personale analisi, sostengo qui. Il secolo di Benjamin, Burroughs, Foucault, Baumann, Deleuze,
Derrida, Guattari, Pasolini, ma sopratutto Debord... è ormai un secolo azzerato e
rimosso. Bisogna ricominciare tutto da capo. È la società dello spettacolo, e
la critica viene immediatamente sepolta da chi ha solo paura che
qualcuno levi la testa, si distanzi, rompa il gioco stabilito... è il sistema stesso che crea i propri fedeli guardiani che, più realisti del re, ne garantiscono la riproduzione.
Indico la luna, e loro guardano il dito...
La pigrizia acritica dei buoni sentimenti televisivi si spalma su
tutto. Eccoli qui, buoni e caritatevoli a commuoversi per il dolore di
Jovanotti (che io non ho mai messo in discussione né di cui ho mai
dubitato). O ad accusarmi di speculare su un incidente sul lavoro, che mi addolora quanto Jovanotti o loro stessi, come tutti gli incidenti sul lavoro. Come da Vermicino in poi, come nelle morbose trasmissioni al
plastico di Bruno Vespa, l'Italia si conferma un paese gravemente
cattolico fino nel più profondo.
E se ho speculato, l'ho fatto solo in senso etimologico, cioè, come nel latino speculum, mi sono disposto in maniera che si specchiassero davanti alla contraddizione: ho cercato di riflettere e di far riflettere...
E nessuna critica. Niente.
Parlo del rapporto fra sistemi di controllo sociale e cultura e loro intanto
difendono Jovanotti o insultano me... dico che l'artista è
funzionale ad un sistema e loro mi dicono che sono invidioso... chiedo a Jovanotti di emanciparsi dal meccanismo – e così dimostrarsi
sincero e consapevole - e loro difendono il meccanismo e dicono che ci
vorrei stare anch'io...
È come se il berlusconismo fosse penetrato
profondamente nelle menti, nelle attitudini, nelle prospettive di ognuno e l'unico paradigma di queste persone sia il
modello realizzativo di chi arriva là, lassù, nel vuoto dell'apparenza.
È questa la vera sconfitta... di tutti.
E se dico che davvero non mi
interessa arrivarci, che sono già ben arrivato altrove, lì dove mi interessava stare, che ho vissuto tutta la vita in una
direzione altra, non mi credono e mi danno del frustrato (senza conoscere, tra
l'altro, tutto quello che di comodo, vistoso, redditizio, apparente, ho finora tranquillamente rifiutato)...
Se parlo
pubblicamente dicono che ho un ego ipertrofico (fra chi lo dice c'è anche chi ha attinto, succhiato, usato per anni ciò che dicevo, pensavo, facevo, muovevo - e, senza mai metterci il mio nome,
l'Ego... e sa che ho cominciato a firmare le mie cose solo dopo i cinquant'anni, forzato da alcune persone care - scusate questa piccola digressione)...
Cosa ho sbagliato? Certamente alcune cose:
1. intervenire con simili argomenti in un sito che non è 'preparato', nel senso che è
generalista, di poca capacità critica, è
come interrompere con un pezzo di Frank Zappa una partita di calcio.
2. in rete si deve 'calibrare' il linguaggio – niente analisi articolate e solo un elemento per volta.
3. la rete non si tara mai su livello più alto di un discorso, ma sempre su quello più basso.
4. la rete non è adatta al linguaggio metaforico: parla basicamente, articola prevalentemente slogans e solo raramente concetti.
5. la rete è vile: persone che non oserebbero mai insultare, in rete
lo fanno perché sanno che non rischiano e si infilano agevolmente
nel mucchio di chi già lo fa...
insomma... bisogna veramente
ripartire da zero... e non penso di averne le forze. Oppure ci si deve
isolare? Astrarre? Distanziare? Vivere in un mondo parallelo?
Il problema, questo problema, non è solo mio: vi riguarda tutti. E ve ne consegno il carico.
Buon lavoro
ps
da questo momento risponderò solo a chi mostra di aver centrato la questione con argomenti intelligenti. Gli altri, per favore, non me ne vogliano...