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02 febbraio 2012
Wislawa Szymborska
Avevamo trent'anni di tempo per scrivere di questa notizia: dal 1993 al 2023. Infatti è normale che un poeta nato nel 1923 campi fra i settanta ed i cento anni... e nessuno si aspetta che viva oltre. Chi ama la poesia - e di riflesso anche la persona - finge di non saperlo, o lo dimentica... ma prima o poi succede e si prova comunque una sorta di dolore. La soluzione è fingere che non sia mai successo, leggere le sue poesie, e continuare ad amarla, a ringraziarla, a pronunciare il suo nome. Per continuare a farla vivere con noi: Wislawa Szymborska.
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Wislawa Szymborska
17 gennaio 2012
un nuovo libro
![]() |
| Immagine di copertina di Fabiola Ledda |
in libreria ai primi di febbraio
Alberto Masala
Geometrie di libertà
terza scrittura
Grandi-Tascabili
€ 12.00 - 159 pagine
Contiene due nuovi dialoghi inediti con Alessandro Giammei e Marzia D'Amico (2012) - oltre a quelli con Antonio Barocci (2002) e Luca Panzavolta (1992).
Prefazione di Roberto Barbanti.
«Dire che l’arte è morta non significa niente: l’arte muore nel momento in cui muore il bisogno di liberazione»
dalla scheda di presentazione dell'editore:
Questa riflessione sul senso del fare arte e poesia ai giorni nostri, copre, attraverso lo sguardo critico dell’autore, un percorso lungo vent’anni e scandito in tre tempi: 1992, 2002, 2012. Tre tappe, per quattro colloqui con i competenti giovani intervistatori, che cadenzano l'articolarsi di questo libro-pensiero in progress.
Sulla relazione artistica - nei suoi vari modi: l’arte e l’autore, l’arte e la società, ecc. – Geometrie di libertà trova la sua ideale formulazione nel colloquio/dialogo. Il concetto di confronto è infatti inscritto nelle parole del titolo, geometrie e libertà, che unite sintetizzano l’idea poetica di Masala, perché nell’arte: «non si è mai liberi davvero… si può solo tendere, andare verso, sostenere, coltivare, difendere… e più si conoscono le sbarre e più si è abili nel segarle».
L'obiettivo più ampio è il confronto/dialogo fra culture, in una concezione del fare artistico tutt’altro che solitaria ma che elabora un’arte nel sociale, e dunque un'etica nel sociale, pur nella oggi complicata possibilità di questa connessione.
20 dicembre 2011
L'incendio e il banchiere
dal blog di Daniele Barbieri riprendo un raccontino
breve, chiaro, e molto bello
Questo brano è tratto dall’articolo: “Can’t think of an alternative to the cuts? Think harder” di Hicham Yezza, editore capo del magazine britannico “Ceasefire” ed è stato pubblicato il 28 novembre. La traduzione è di Maria G. Di Rienzo
che lo dedicato al signor Giorgio Napolitano, dopo la sua illuminante
dichiarazione: “Anche le classi meno abbienti devono fare sacrifici”. Noi ci associamo alla dedica.
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La (facile) soluzione
Allora, mettiamo che tu viva in un condominio
con altri nove condomini. Un pomeriggio, qualcuno fumando nel suo bagno
dà inizio ad un incendio che brucia metà dell’edificio. Il conto per i
danni è presentato a tutti voi: 200.000 sterline. Il caso finisce al
tribunale locale e sarà un giudice a decidere come maneggiare la
questione, dopo avervi ascoltati tutti.
A
proposito dei tuoi vicini: uno è un banchiere d’alto bordo, due sono
infermiere, due sono insegnanti, due sono pensionati, due sono studenti e
tu, caro lettore, sei disoccupato. Il banchiere è un fumatore.
“Naturalmente”
inizia il giudice “ci sono diversi modi in cui possiamo risolvere la
faccenda”. Un’opzione è che ciascuno di voi tiri fuori 20.000 sterline.
Questo spazzerebbe via i risparmi della metà più povera del gruppo e li
caricherebbe di debiti per gli anni a venire. In alternativa – continua
il giudice – forse le infermiere potrebbero fare un mutuo? O forse gli
insegnanti potrebbero vendere entrambi i loro appartamenti ed andare a
vivere in una roulotte? I pensionati potrebbero vendere le medaglie al
valore? E gli studenti un rene ciascuno?
Ti
senti confuso, come ogni altro del gruppo. Pensi che c’è una soluzione
chiara e semplice e non capisci perché non viene menzionata. Ti dici che
ci dev’essere qualche complicazione e che tu probabilmente sei troppo
lento a capire. Ad ogni modo, ti fai coraggio e parli.
Cominci
con il sottolineare che, dal momento che è stato il banchiere a causare
l’incendio, e poiché la cifra a stento lascerebbe un segno nel suo
budget, forse dovrebbe essere lui a farsi carico della maggior parte
della spesa. Incidentalmente, il banchiere è un amicone del locale capo
della polizia, del locale maggior proprietario di quotidiani e del
fratello del giudice, e questi sono tutti lì a guardare il processo
dalla galleria.
“Che
idea assurda e pazzesca” sbotta il giudice indignato. Davvero non
riesce a credere che possa esistere qualcuno di così stupido. “E ad ogni
modo” aggiunge “non c’è senso a discutere questa opzione. Il banchiere
non l’accetterà, perché potrebbe dover rinunciare ad un’automobile fra
le dozzine che possiede”.
Prima
che tu abbia il tempo di digerire quel che hai appena sentito, il
banchiere si fa avanti: lui ha una soluzione brillante! Ed è: i
pensionati danno metà della loro pensione per cinque anni, le infermiere
vendono le loro automobili, gli insegnanti danno lezioni private nei
fine settimana per un decennio, e tu: non potresti semplicemente vendere
la tua bicicletta di seconda mano? “Dopo tutto” ti dice il banchiere
puntando su di te un indice accusatore “perché non puoi continuare a
cercare lavoro andando a piedi?”.
Il
giudice si spella le mani in un applauso, il proprietario di quotidiani
saluta l’idea come la più grande dopo l’invenzione della ruota, mentre
il capo della polizia dice ai tuoi oltraggiati compagni che stanno
protestando di starsene quieti, altrimenti sono guai.
Il
proprietario dell’edificio, tra l’altro, ha già avuto i suoi soldi
tramite l’assicurazione giorni fa, ma è venuto in tribunale “per
divertirsi un poco”.
34.047863
100.619655
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Hicham Yezza,
le banche
17 dicembre 2011
14 dicembre 2011
Parla da solo, non servono commenti...
Non basta condannare l'omicidio freddo e violento di Samb Modou e Diop Mor, i due migranti senegalesi uccisi a Firenze.
Non basta sperare che Moustapha Dieng vinca la sua battaglia contro la morte e che gli altri feriti guariscano in fretta.
Non basta esprimere solidarietà alle famiglie dei morti e ai feriti. La solidarietà adesso costa poco e conta ancor meno.
Non siamo di fronte al gesto improvviso di un fascista folle.
Siamo invece di fronte al risultato della follia sistematica che la legge Bossi/Fini quotidianamente produce e riproduce nella forma del razzismo istituzionale.
Le leggi dello Stato trattano i migranti come uomini e donne che possono essere espulsi dopo anni di lavoro in Italia per la mancanza di lavoro. Uomini e donne che possono essere rinchiusi nei Cie praticamente senza alcun diritto. Molti sindaci democraticamente eletti dichiarano pubblicamente che i migranti devono essere eliminati dalle graduatorie per le case popolari. Il razzismo delle istituzioni e quello da bar, assieme a decine di altre sopraffazioni sono parte del quotidiano razzismo prodotto dalla legge Bossi-Fini.
Se si tollerano discorsi che fanno degli immigrati sempre e comunque il capro espiatorio della crisi, perché stupirsi se un fascista pensa che sia anche possibile passare all'azione uccidendo due migranti senegalesi?
la Comunità senegalese di Bologna
Di fronte al razzismo pubblico e istituzionale, così come di fronte alla violenza fascista la solidarietà non basta! Anche per Samb Modou, per Diop Mor e Moustapha Dieng è ora di farla finita con la Bossi/Fini e il razzismo, lo sfruttamento e l'odio che essa quotidianamente produce.
Le leggi dello Stato trattano i migranti come uomini e donne che possono essere espulsi dopo anni di lavoro in Italia per la mancanza di lavoro. Uomini e donne che possono essere rinchiusi nei Cie praticamente senza alcun diritto. Molti sindaci democraticamente eletti dichiarano pubblicamente che i migranti devono essere eliminati dalle graduatorie per le case popolari. Il razzismo delle istituzioni e quello da bar, assieme a decine di altre sopraffazioni sono parte del quotidiano razzismo prodotto dalla legge Bossi-Fini.
Se si tollerano discorsi che fanno degli immigrati sempre e comunque il capro espiatorio della crisi, perché stupirsi se un fascista pensa che sia anche possibile passare all'azione uccidendo due migranti senegalesi?
la Comunità senegalese di Bologna
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a Bologna
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Per Samb Modou, per Diop Mor, per Moustapha Dieng e gli altri feriti di Firenze, per tutti coloro che sono quotidianamente colpiti dal razzismo chiamiamo perciò tutti, migranti e italiani, a un presidio
sabato 17 dicembre alle ore 10.30
in Piazza Nettuno
Comunità senegalese di Bologna
Coordinamento migranti Bologna e Provincia
Migranda
Laboratorio On the Move
Info e adesioni: coo.migra.bo@gmail.com
3275782056
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a Firenze
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Sabato 17 Dicembre alle 15
manifestazione
manifestazione
I nostri fratelli Mor Diop e Samb Modou sono stati assassinati e Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike gravemente feriti da una mano armata dall’odio xenofobo, lucido e determinato. Tutti sono vittime della manifestazione estrema di un razzismo quotidiano che umilia sistematicamente la nostra dignità.
La strage del 13/12 a Firenze necessita di una risposta ampia e plurale, che esprima lo sdegno per i barbari assassinii e la ferma volontà di operare concretamente perché simili fatti non si ripetano. E' necessario che non ci si limiti all'abbraccio solidale verso la nostra comunità colpita ed alla partecipazione al nostro dolore solo per un giorno.
Occorre andare più a fondo e individuare tutte e tutti insieme come si è costruito nel tempo il clima che rende possibile l'esplodere della violenza razzista come è avvenuto il 13 dicembre a Firenze e solo due giorni prima a Torino con il pogrom contro un insediamento Rom. Bisogna interrogarci su come siano stati dati spazi, per disattenzione e/o per complicità, ai rigurgiti nazi-fascisti di gruppi come Casa Pound, quale ruolo abbiano avuto in questa escalation non solo i veleni sparsi dalle forze "imprenditrici" del razzismo, ma anche gli atti istituzionali che, a livello nazionale e locale, hanno creato, in nome dell'ordine e della sicurezza, discriminazioni e ingiustizie.
Chiediamo l’impegno di tutte e tutti per cambiare strada, intervenendo sul piano culturale e della formazione del senso comune, promuovendo il rispetto della dignità di ogni persona.
E’ necessario avere come punto di riferimento costante il riconoscimento dei diritti sociali, civili e politici delle persone immigrate, dei rifugiati e richiedenti asilo e dei profughi, eliminando i molti ostacoli istituzionali che contribuiscono a tenere in condizione di marginalità la vita di molti migranti in Italia.
Occorre dare piena applicazione al dettato costituzionale e alle leggi ordinarie che consentono la chiusura immediata dei luoghi e dei siti come Casa Pound, dove si semina l'odio e si incita alla violenza xenofoba.
Bisogna che tutte le energie positive, che credono nella costruzione di una città e di un Paese della convivenza e della solidarietà, si mobilitino unite per fare barriera contro l'inciviltà, il razzismo, l'intolleranza.
Nel 1990 Firenze fu teatro di spedizioni punitive contro gli immigrati e vi fu una reazione popolare, che dette luogo ad una grande manifestazione di carattere nazionale.
Facciamo un appello rivolto a tutte le persone di buona volontà, nella società e nelle istituzioni, ad unirsi a noi, in una manifestazione ampia, partecipata, pacifica, non violenta e contro la violenza, di carattere nazionale.
Una manifestazione che segni una svolta e l'inizio di un cammino nuovo, onorando le persone uccise e ferite in quella tragica giornata e capace di affermare in modo inequivocabile: mai più atti di barbarie come la strage del 13 dicembre.
L’appuntamento è a Firenze - sabato 17 dicembre alle ore 15
partenza da Piazza Dalmazia - arrivo Piazza Santa Maria Novella
Per adesioni: perMorperModou@gmail.com
Coordinamento Regionale dei Senegalesi in Toscana
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a Roma
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CONTRO IL RAZZISMO
SIT-IN ANTIRAZZISTA
Roma, 16 dicembre ore 17
piazza della Repubblica
di fronte alla chiesa Santa Maria degli Angeli
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fascismo,
l'altro sguardo
13 dicembre 2011
Sentenza Jovanotti: ti vieto la poesia

Caro Lorenzo,
Sono un poeta. E non perché mi sia nominato tale, ma perché utilizzo la poesia per praticare autonomia interiore, esigenze di bellezza e di liberazione, e sono testimone che è possibile farlo. Gli altri mi chiamano poeta, tecnicamente lo so fare, vivo di questo, non ho altri mestieri se non tutto ciò che è attorno alla poesia, al pensiero, all'arte, alla cultura. Proprio come fai tu con le tue canzoni.
Non mi va di parlare di me, ma ora devo farlo per stabilire una differenza (che è il mio quotidiano) e difendere l'alternativa ad un sistema di pensiero che non mi appartiene.
Da sempre sto al bordo e ne ho fatto anche una teoria di vita. Non sono infelice per questo, e sono consapevole che il bordo non è creato da me e dalle mie scelte, ma proprio da quel sistema che esprime figure (culturali) come la tua.
Noi vi siamo utili. Tenendoci al bordo, voi attingete continuamente a ciò che noi pensiamo, viviamo, pratichiamo nel quotidiano: quella Beat Generation che per te è stata fondamentale fonte di ispirazione è molto più vicina a me ed al mio livello di vita, ne ho persino condiviso alcuni percorsi.
Abito in quella poesia di cui tu ed altri come te vi riempite la bocca - a mio parere molto superficialmente - riuscendo a farci sopra anche quegli affari che noi abbiamo mai nemmeno pensato di concludere. Quella poesia è la mia vita, il mio quotidiano, il mio canto, mi appartiene.
Dell'incidente che è successo ieri a Trieste tu non hai colpe dirette, credo anche nel tuo sincero dolore come in quello di un bambino che ferisce il fratellino nel gioco inconsapevole.
Ma non sei innocente. Quel gioco che tu conduci ha delle regole precise sulle quali taci, o non mediti, o che colpevolmente non vuoi vedere. Sono le regole dello star system di cui tu, tacendo ed accettando i vantaggi, fai colpevolmente parte senza per questo essere peggio (ma neppure meglio) di chiunque altro. E se c'è qualcosa di grave in questo, non è tanto che guadagni cifre inaccettabili in una Italia di crisi, miseria, disoccupazione, fame, immigrazione ed emigrazione (delle nostre intelligenze). La tua colpa sta nel tacere e farti tramite di uno psicodramma quotidiano - fenomeno sul quale invece io medito molto - e che cercherò di chiarirti in cinque semplici passaggi:
- Questa società è indiscutibilmente repressiva
- La morale che esprime deriva soltanto dalla difesa del privilegio
- Qui non esiste libertà, ridotta solo ad idea formalmente morale
- Unico obiettivo del sistema è autoriprodursi reprimendo i disturbi e le deviazioni
- In queste condizioni si sviluppa un'idea di arte che sia funzionale a tutto ciò
l'artista dunque:
- Non deve disturbare il processo di alimentazione del sistema
- Deve sviluppare il prodotto all'interno delle logiche del sistema
- Gli è consentito apparire diverso purché tutto questo sia gestibile dal sistema (con questa logica sono riusciti a commercializzare anche il Che Guevara)
- A questa apparente diversità degli artisti è affidato proprio il compito di dimostrare che siamo liberi, purché tutto resti nel gioco
- Così gli artisti sono complici di questo sistema che parla di libertà - è a loro infatti che viene affidato il compito di dimostrare che la libertà esiste (anche giocando ogni tanto a fingere di negargliela)
- Questi artisti vengono ricompensati col meccanismo della gloria, della fama, del danaro... a cui pochissimi saprebbero resistere
- Si difendono dicendo che loro stanno criticando il sistema da dentro, e che quelli come noi sono invidiosi, ma non considerano che quelli come noi hanno invece compiuto ben altre scelte in cui prevale l'Etica (cosa che in ogni caso ti butta fuori dal gioco) - e che non hanno mai nemmeno provato a diventare come loro.
penso che l'arte non possa parlare di libertà
ma sia invece eticamente destinata a parlare di liberazione
In concreto. L'incidente poteva succedere in qualsiasi concerto, ma con una differenza: tu a parole ti collochi e vendi il tuo prodotto a quell'area che in apparenza vorrebbe cambiare le cose - Ne fai sistema economico e fonte di enormi guadagni - In questo trovo una immensa CONTRADDIZIONE e non credo (per ora, ma ho fiducia che la gente possa cambiare) nella tua innocenza. Credo nella tua bontà d'animo, ma devi dimostrare la capacità di liberarti. Dunque, per ora porta questo peso, e cerca di meritartene il sollievo.
Intanto, in virtù dei poteri che mi sono conferiti, e fin quando non mostrerai di esserti emendato, ti vieto di:
- pronunciare la parola POESIA
- usarne a sproposito o ambiguamente le forme
- farne commercio in alcun modo
Non hai più scuse: da ora SAI COME FUNZIONA IL SISTEMA. Se non rispetterai questa sentenza, ti condanno ad essere miseramente additato senza pietà ed a portarne la vergogna e la colpa.
E se, per il tuo senso di colpa ora dovessi ritirarti dalle scene, sappi che non provo pena alcuna, giacché penso che in questi anni tu abbia accumulato sufficiente danaro per farlo. Tanto, ma tanto, che a me con la poesia non basterebbero dieci vite.
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PRECISAZIONI SUCCESSIVE
PRECISAZIONI SUCCESSIVE
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Per evitare di
essere subissato da interventi (anche gentili e graditi) ma devianti
dalla questione, ed a cui però dovrei rispondere – e loro sono tanti ed
io da solo... A quelli che continuano ad analizzare parlando di me e Jovanotti, invece che del SISTEMA
DELL'ARTE E DELLA CULTURA, rispondo - UNA VOLTA PER TUTTE – citando
spezzoni di risposte già date qui ai singoli e sperando che chi interviene
abbia prima la pazienza di leggere, per favore...
-------
Non ho sospetti sull'umanità di
Jovanotti. Ho rispetto per questo. Sono sicuro che il dolore che
prova per la morte di quel ragazzo sia sincero e lui fa bene a
sentirsi innocente - gli chiedo solo di meditare sulla macchina di
cui fa parte e che ha causato anche quella morte: il
sistema della cultura e dell'arte in Italia. La sua complicità sta
tutta lì e non sono disposto a chiudere gli occhi. Ma perché si
insiste sull'idea che io mi accanisca contro Jovanotti e non contro
quel SISTEMA delle cose che lui interpreta acriticamente?
-------
Non mi erigo a giudice: ciò di cui parlo mi riguarda (e
dovrebbe riguardare tutti, produttori e fruitori) e ne conosco
dall'interno i meccanismi. Jovanotti è esemplare di quel sistema
dell'arte e della cultura che descrivo (e QUESTO è il centro del
discorso). Lui lo condivide - senza essere innocente. E lo fa
attingendo ai buoni sentimenti di chi maggiormente in quel
meccanismo è vittima (e qui non sono certissimo della sua buona
fede).
-------
Non sono un censore. Sto solo difendendo un territorio, quello
dello spirito, a cui troppi accedono per i loro affari - Ho
analizzato (molto superficialmente) il sistema che produce questo -
e da chi critica NON SENTO DIRE UNA SOLA PAROLA... possibile
che analizzino soltanto il dito che indica la luna? - Di quel fatto
tragico lui non ha colpa diretta, ci mancherebbe! Ma è consenziente
del sistema che lo ha provocato
-------
La morte di Francesco Pinna mi tocca particolarmente perché
è avvenuta nell'ambito in cui anch'io vivo... ed anche perché
conosco molto da vicino la vita di chi monta palchi e stands... è
come se fosse successa nella fabbrica in cui lavoro anch'io. E ad un sardo come me.
-------
Vietargli la poesia è una maniera per dirgli: "Sei
smascherato. Fai ciò che vuoi, vivi come vuoi, di' ciò che vuoi,
ma non mi incanti... sei smascherato..."
Vietare è evidentemente una metafora... e volevo usarne una forte e
fastidiosa anche per me... appunto... ma almeno è chiara rispetto a
tutto ciò che invece nel quotidiano ci viene vietato in maniera
subdola.
Invece la si legge come un attacco a
lui e non alla macchina del consenso che lui stesso
impersona.
Insomma: io non vieto proprio niente a nessuno (e nel concreto come potrei?)... il mio è un richiamo spirituale, etico, ad uno che vorrebbe veicolare "buoni sentimenti" e si fa tramite di una macchina assassina... ma vedere che questo concetto non è colto chiaramente mi fa davvero cascare le braccia e mi toglie speranze...
Insomma: io non vieto proprio niente a nessuno (e nel concreto come potrei?)... il mio è un richiamo spirituale, etico, ad uno che vorrebbe veicolare "buoni sentimenti" e si fa tramite di una macchina assassina... ma vedere che questo concetto non è colto chiaramente mi fa davvero cascare le braccia e mi toglie speranze...
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Non ho la stessa idea della poesia che
circola in generale in Italia, ma un'altra evidentemente molto distante. Questo
anche perché non vengo dalla tradizione italiana della poesia ma da
un'altra, con altri percorsi, meccanismi e funzione sociale.
Ho scritto molto su questo, ma non posso riassumere qui ciò che è
contenuto in un intero saggio sull'arte e la poesia.
Tengo però a chiedere di non mitizzare
i poeti: sono gente qualsiasi - e diventano poeti solo quando
pronunciano qualcosa di rilevante - altrimenti rientrano in quello
spazio privato e pieno di miserie personali come chiunque - i poeti
non esistono, insomma... esiste solo la poesia - che, a volte, può
anche restare... sopravvivere al misero corpo che l'ha prodotta ed a
cui non appartiene più - ma i poeti non esistono: sono un'invenzione
della poesia.
-------
Non vivo al bordo per mia
determinazione (non essendo io un costruttore di bordi), e,
incredibilmente, sto benissimo dove sono... a me interessa solo
vivere, magari con una qualità che io stesso mi scelgo (e
non esagero nelle pretese...). E se ho vissuto per tutta la mia vita
così, vuoi che mi 'sporchi' l'esistenza proprio alla fine? In
sostanza: abito al bordo di un pensiero dominante (come la
grandissima parte di chi potrebbe leggere queste parole) – ma da
quel bordo parlo (come vorrei che facesse la maggior parte di chi
legge queste parole).
Dunque non mi si immagini nella spirale maledetta della
frustrazione. Ho la felicità del mio quotidiano. Personalmente non
chiedo niente, non sto scalando nessuna posizione, non mi sento
neppure indispensabile (se non ai miei affetti personali)...
- Al riguardo cito il passaggio di una vecchia intervista in cui mi si paragonava a due 'maledetti, Antonin Artaud e Julian Beck:
- "Non trovo che né Artaud né Beck siano ‘maledetti’. Lo è la società che li ha perseguitati con la censura e la repressione. La poesia è il condominio di un palazzo altissimo. Ai vari piani ci sono le residenze: Lucrezio e Majakovskij, Ginsberg e Césaire, Baudelaire, Kavafis, Paz, Hikmet, la Vicinelli… ognuno metta quelli che vuole. Voglio vivere lì, anche se ne abito un sottoscala e non i piani alti. Ma c'è un atrio, una portineria, un ascensore dove vado tutti i giorni (sai, per mantenermi mi prendo cura del palazzo: penso che spetti ai poeti vivi farlo). E prima o poi li incontro e li saluto: "Buon giorno, signor Majakovskij… signor Rimbaud…" Loro rispondono guardandomi. Io chiedo a me stesso solo la dignità di poter ricambiare quello sguardo senza vergognarmi né chinare la testa."
- -------
- sulle altre cose da commentare,
gli altri 'incidenti' sul lavoro, le disgrazie e le storture
quotidiane... non si farebbe in tempo (e poi chi sono io per esprimermi su
tutto pubblicamente? non un opinionista, non un giornalista, non un
sindacalista...) - questo non toglie che tocchino umanamente anche me
- per esempio: che dire della STRAGE DEI SENEGALESI a Firenze? mi
sembra molto importante e davvero dolorosa... ma qui preferisco
tacere e ascoltare la loro voce (dei fratelli immigrati) piuttosto
che inserire la mia.
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DEDUZIONI LOGICHE FINALI
(ven. 16 ore 22)---------------------------------------------------------
Scrivendo avevo sperato e sopravvalutato il clima generale – ma effettivamente il mondo è questo, e forse, come consigliano molti (quei coraggiosi che nella vita tacciono e parlano solo qui in rete), si dovrebbe tacere... In effetti non era la polemica che cercavo, ma barlumi di pensiero, di esistenza, di resistenza.
La possibilità della violenza, a volte subdolamente amichevole, persino mascherata di pensiero, è stata ingenuamente servita su un piatto ampio e comodo. Il livore con cui sono stato assalito denuncia la situazione che già sospettavo: è così, e lo è perché a tutti va bene che resti così. Guai a toccare il gioco... il feticcio.
Sono scoraggiato dai commenti che non colgono mai il lato sostanziale della questione: a niente vale un secolo di critica sociale che dice le stesse cose che, in altro modo e secondo una mia personale analisi, sostengo qui. Il secolo di Benjamin, Burroughs, Foucault, Baumann, Deleuze, Derrida, Guattari, Pasolini, ma sopratutto Debord... è ormai un secolo azzerato e rimosso. Bisogna ricominciare tutto da capo. È la società dello spettacolo, e la critica viene immediatamente sepolta da chi ha solo paura che qualcuno levi la testa, si distanzi, rompa il gioco stabilito... è il sistema stesso che crea i propri fedeli guardiani che, più realisti del re, ne garantiscono la riproduzione.
Indico la luna, e loro guardano il dito...
La pigrizia acritica dei buoni sentimenti televisivi si spalma su tutto. Eccoli qui, buoni e caritatevoli a commuoversi per il dolore di Jovanotti (che io non ho mai messo in discussione né di cui ho mai dubitato). O ad accusarmi di speculare su un incidente sul lavoro, che mi addolora quanto Jovanotti o loro stessi, come tutti gli incidenti sul lavoro. Come da Vermicino in poi, come nelle morbose trasmissioni al plastico di Bruno Vespa, l'Italia si conferma un paese gravemente cattolico fino nel più profondo.
E se ho speculato, l'ho fatto solo in senso etimologico, cioè, come nel latino speculum, mi sono disposto in maniera che si specchiassero davanti alla contraddizione: ho cercato di riflettere e di far riflettere...
E nessuna critica. Niente.
Parlo del rapporto fra sistemi di controllo sociale e cultura e loro intanto difendono Jovanotti o insultano me... dico che l'artista è funzionale ad un sistema e loro mi dicono che sono invidioso... chiedo a Jovanotti di emanciparsi dal meccanismo – e così dimostrarsi sincero e consapevole - e loro difendono il meccanismo e dicono che ci vorrei stare anch'io...
È come se il berlusconismo fosse penetrato profondamente nelle menti, nelle attitudini, nelle prospettive di ognuno e l'unico paradigma di queste persone sia il modello realizzativo di chi arriva là, lassù, nel vuoto dell'apparenza.
È questa la vera sconfitta... di tutti.
E se dico che davvero non mi interessa arrivarci, che sono già ben arrivato altrove, lì dove mi interessava stare, che ho vissuto tutta la vita in una direzione altra, non mi credono e mi danno del frustrato (senza conoscere, tra l'altro, tutto quello che di comodo, vistoso, redditizio, apparente, ho finora tranquillamente rifiutato)...
Se parlo pubblicamente dicono che ho un ego ipertrofico (fra chi lo dice c'è anche chi ha attinto, succhiato, usato per anni ciò che dicevo, pensavo, facevo, muovevo - e, senza mai metterci il mio nome, l'Ego... e sa che ho cominciato a firmare le mie cose solo dopo i cinquant'anni, forzato da alcune persone care - scusate questa piccola digressione)...
Cosa ho sbagliato? Certamente alcune cose:
1. intervenire con simili argomenti in un sito che non è 'preparato', nel senso che è generalista, di poca capacità critica, è come interrompere con un pezzo di Frank Zappa una partita di calcio.
2. in rete si deve 'calibrare' il linguaggio – niente analisi articolate e solo un elemento per volta.
3. la rete non si tara mai su livello più alto di un discorso, ma sempre su quello più basso.
4. la rete non è adatta al linguaggio metaforico: parla basicamente, articola prevalentemente slogans e solo raramente concetti.
5. la rete è vile: persone che non oserebbero mai insultare, in rete lo fanno perché sanno che non rischiano e si infilano agevolmente nel mucchio di chi già lo fa...
insomma... bisogna veramente ripartire da zero... e non penso di averne le forze. Oppure ci si deve isolare? Astrarre? Distanziare? Vivere in un mondo parallelo?
Il problema, questo problema, non è solo mio: vi riguarda tutti. E ve ne consegno il carico.
Buon lavoro
ps
da questo momento risponderò solo a chi mostra di aver centrato la questione con argomenti intelligenti. Gli altri, per favore, non me ne vogliano...
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sistema
12 dicembre 2011
una tesi di laurea...
![]() |
| la deliziosa Marzia |
Non avevo realizzato che si trattasse di una vera tesi (e non di un altro Ecce Bombo). Infatti, quando mi faceva le domande, resistevo, rispondevo a malapena... una volta sono stato persino scorbutico dicendole: "Perché mi fai tutte queste domande personali? Non mi va di parlare di me e dire in giro i fatti miei..."
Solo poco tempo fa ho capito che erano tutte molto motivate: si trattava di una vera e propria tesi di laurea (e mi sono sentito antipatico e stupido...). Bene, nonostante tutto questo, l'ha fatta lo stesso...
Marzia, eroica e generosa!
GRAZIE...
grazie anche al prof. Tommaso Pomilio (in arte l'ottimo poeta Tommaso Ottonieri) per aver incoraggiato e discusso con passione questo lavoro.
04 dicembre 2011
¡Suerte, Cristiana... Y que te vaya bien!
Cristiana Collu se ne va da Nuoro.
Un altro passo verso il precipizio.
È un'esagerazione? No... basterebbe l'elenco di tutto ciò che negli ultimi anni la Sardegna ha perso e sta continuando a perdere in termini di risorse umane e intellettuali.
Cristiana Collu se ne va. Ed anche se non ho approvato acriticamente ogni sua scelta, ma questo può rientrare solo in un fertile dibattito culturale (sempre auspicabile), dall'altro lato ne ho apprezzato il lavoro e l'intelligenza.
La sua partenza mi riguarda personalmente? Certo, perché ogni volta che credo che si stia ricreando un clima per "rientrare", tornare a casa, investire laggiù le mie energie... avviene un fatto, un evento, un qualcosa che mi tronca le speranze, mi fa rimangiare tutto, mi fa smettere di sognare e progettare.
Quando progettavo un futuro differente per Asuni, ben piccola cosa rispetto al MAN, ma esemplare per la capacità di sognare l'emancipazione di un territorio attraverso la crescita (culturale, gestionale, progettuale) dei pochi giovani che vi erano rimasti, vidi spegnersi il progetto per l'ignavia e l'ottusità suicida di quegli stessi giovani e di molti loro genitori: generazioni assistite incapaci di utopia... confinati nel loro piccolo quotidiano egoico e reazionario...
E quando tornai dalle mie parti 'ufficialmente', per la prima volta dopo trent'anni, mi sentii rimproverare da alcuni che occupavano piccoli posti di 'potere' locale, che "io ero andato e loro erano rimasti"... senza considerare che il mio andare era stato un vedere, imparare, crescere, fare, pagando tutto di persona, e che questo poteva anche essere utilizzabile, funzionale, prezioso per tutti... Intanto vedevo che loro effettivamente erano rimasti, ma uguali a come li avevo lasciati trent'anni prima: sempre nella stessa spirale di autocastrazione...
Ogni forma di movimento, di progettualità, di energia... ogni spinta in avanti, in Sardegna cade vittima dell'ottusità astiosa di una schiera di mediocri senza altra prospettiva che quella della propria misera affermazione personale. Piuttosto distruggono, sprofondano e fanno sprofondare tutto con loro in un'ansia di sterminio autolesionista, un'asfissia che pervade ogni trama del tessuto sociale e culturale di questa terra.
Also sprach die Diener (così parlò il Servo). E, superando ogni possibile resistenza intelligente, ridusse il mondo ad appiattita immagine di sé.
Ora assistiamo alla partenza di Cristiana Collu verso il MART di Rovereto, un museo prestigioso. Le auguro di cuore grandi risultati e felicità personale. Trovo il suo gesto, sicuramente conveniente per lei, dolorosamente elegante.
Sì, dolorosamente... come chi si libera con sollievo di un amante incapace e traditore... chi si accorge improvvisamente di aver amato un vile, che, come ogni vile, starà già dicendo: "se ne va perché le conviene". Senza capire che invece, come ogni amante che sceglie, "se ne va perché tu non eri capace di tenerla con te, affascinarla, amarla..." Esagero anche nella metafora? Guardatela in questo video e poi dite se non era amore...
Quanto a "quelli che sono rimasti", sappiamo bene chi sono, anche se non ne conosciamo i nomi: sono già stati annunciati dall'odore inconfondibile, e presto li vedremo comparire, gonfi di boria, a dilaniarsi come jene nella contesa dei resti.
Naturalmente coltivo la speranza che chi arriva sia migliore di chi l'ha preceduto, che alla fine si riveli un passaggio più 'naturale' che obbligato. Ma pretendo di esserne convinto e conquistato. A chi verrà, se lo farà con limpidezza e fuori dai "giochi", auguro da adesso un buon lavoro. Che tutto vada bene anche al MAN, perché, credetemi, non godrei del disastro.
Un altro passo verso il precipizio.
È un'esagerazione? No... basterebbe l'elenco di tutto ciò che negli ultimi anni la Sardegna ha perso e sta continuando a perdere in termini di risorse umane e intellettuali.
Cristiana Collu se ne va. Ed anche se non ho approvato acriticamente ogni sua scelta, ma questo può rientrare solo in un fertile dibattito culturale (sempre auspicabile), dall'altro lato ne ho apprezzato il lavoro e l'intelligenza.
La sua partenza mi riguarda personalmente? Certo, perché ogni volta che credo che si stia ricreando un clima per "rientrare", tornare a casa, investire laggiù le mie energie... avviene un fatto, un evento, un qualcosa che mi tronca le speranze, mi fa rimangiare tutto, mi fa smettere di sognare e progettare.
Quando progettavo un futuro differente per Asuni, ben piccola cosa rispetto al MAN, ma esemplare per la capacità di sognare l'emancipazione di un territorio attraverso la crescita (culturale, gestionale, progettuale) dei pochi giovani che vi erano rimasti, vidi spegnersi il progetto per l'ignavia e l'ottusità suicida di quegli stessi giovani e di molti loro genitori: generazioni assistite incapaci di utopia... confinati nel loro piccolo quotidiano egoico e reazionario...
E quando tornai dalle mie parti 'ufficialmente', per la prima volta dopo trent'anni, mi sentii rimproverare da alcuni che occupavano piccoli posti di 'potere' locale, che "io ero andato e loro erano rimasti"... senza considerare che il mio andare era stato un vedere, imparare, crescere, fare, pagando tutto di persona, e che questo poteva anche essere utilizzabile, funzionale, prezioso per tutti... Intanto vedevo che loro effettivamente erano rimasti, ma uguali a come li avevo lasciati trent'anni prima: sempre nella stessa spirale di autocastrazione...
Ogni forma di movimento, di progettualità, di energia... ogni spinta in avanti, in Sardegna cade vittima dell'ottusità astiosa di una schiera di mediocri senza altra prospettiva che quella della propria misera affermazione personale. Piuttosto distruggono, sprofondano e fanno sprofondare tutto con loro in un'ansia di sterminio autolesionista, un'asfissia che pervade ogni trama del tessuto sociale e culturale di questa terra.
Also sprach die Diener (così parlò il Servo). E, superando ogni possibile resistenza intelligente, ridusse il mondo ad appiattita immagine di sé.
Ora assistiamo alla partenza di Cristiana Collu verso il MART di Rovereto, un museo prestigioso. Le auguro di cuore grandi risultati e felicità personale. Trovo il suo gesto, sicuramente conveniente per lei, dolorosamente elegante.
Sì, dolorosamente... come chi si libera con sollievo di un amante incapace e traditore... chi si accorge improvvisamente di aver amato un vile, che, come ogni vile, starà già dicendo: "se ne va perché le conviene". Senza capire che invece, come ogni amante che sceglie, "se ne va perché tu non eri capace di tenerla con te, affascinarla, amarla..." Esagero anche nella metafora? Guardatela in questo video e poi dite se non era amore...
Quanto a "quelli che sono rimasti", sappiamo bene chi sono, anche se non ne conosciamo i nomi: sono già stati annunciati dall'odore inconfondibile, e presto li vedremo comparire, gonfi di boria, a dilaniarsi come jene nella contesa dei resti.
Naturalmente coltivo la speranza che chi arriva sia migliore di chi l'ha preceduto, che alla fine si riveli un passaggio più 'naturale' che obbligato. Ma pretendo di esserne convinto e conquistato. A chi verrà, se lo farà con limpidezza e fuori dai "giochi", auguro da adesso un buon lavoro. Che tutto vada bene anche al MAN, perché, credetemi, non godrei del disastro.
22 novembre 2011
INNOCENTE: ora chi ripaga Bruno Bellomonte?
E non ci voleva una mente raffinata per capire che le accuse erano inconsistenti, fantasiose, insostenibili.
DUE ANNI E MEZZO DI CARCERE LONTANO DALLA SARDEGNA...
IL LICENZIAMENTO DAL SUO POSTO DI LAVORO ALLE FERROVIE PER ASSENZE INGIUSTIFICATE...
LA CAMPAGNA MEDIATICA CHE L'AVEVA INDICATO COME MOSTRO, BRIGATISTA, ATTENTATORE, FORSE ASSASSINO...
ASSOLTO
Ma ora chi lo ripaga?
Ma ora chi lo ripaga?
- forse i poliziotti che hanno sfacciatamente costruito la montatura?
- o il giudice che ha con complicità avallato il teorema evidentemente persecutorio?
- o quei sadici che l'hanno tenuto 45 giorni in isolamento a Regina Coeli (in cella da solo, 10 minuti d’aria in un cortiletto, senza niente da leggere)?
- o quel giudice che l'ha arbitrariamente trasferito nel carcere punitivo di Catanzaro, ed ha sempre fatto opposizione all'avvicinamento ai suoi familiari e ai difensori?
- o il ligio funzionario delle Ferrovie dello Stato che ne ha rapidamente disposto il licenziamento?
- o quell'opinione pubblica vigliacca e benpensante che lo ha additato come brigatista e terrorista?
- o quei poliziotti che in futuro sorveglieranno lui, i suoi amici, i suoi compagni, in modo speciale (perché certo sono insoddisfatti ed alla prima occasione...)?
- o forse i costruttori di aeroplanini bombardieri?
- o i ministri organizzatori di quel G8 (che Bellomonte avrebbe bombardato) abortito a La Maddalena, con spreco di danaro pubblico e prebende a quella Cricca che poi, come uno stormo di avvoltoi, andò a raddoppiare i proventi in Abruzzo?
![]() |
| benvenuti a Sassari |
amara nota storica insistente e reiterata da sempre
Tutto questo in una città come Sassari:
- dove è stato dato rifugio e protezione a quegli agrari che scappavano dalle comunità dopo la Legge delle Chiudende.
- dove, città più realista del re, nemmeno in Piemonte ci sono tante strade, vie, e piazze, intitolate a quei ridicoli fantocci dei Savoia.
- dove la Massoneria governa incontrastata da un secolo.
- dove i poliziotti non si sono mai occupati di delinquenti come quel presidente della Repubblica, dimesso per "ragioni di salute" dopo il fallimento del Piano Solo del generale De Lorenzo (un fascista che con lui complottava un golpe).
- dove non si sono mai occupati neppure di quell'altro presidente della Repubblica, quello di Gladio a capo Marrargiu, istigatore di omicidi come quello di Giorgiana Masi, che ha portato con sé nella tomba i segreti di stragi orrende, di strategie della tensione, di trame golpiste.
- dove ha sede e ne porta il nome il più servile reggimento di Ascari (anche se quelli che conosco dicono di farlo per soldi ed i più vecchi come mio nonno dicevano che era tutta una truffa) che la Repubblica Italiana abbia mai avuto (così nemmeno in Eritrea e Somalia) oggi mandati a morire nelle più stupide guerre umanitarie del pianeta.
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17 novembre 2011
Sacrario intimo di Fabiola Ledda
15 – 30 novembre 2011
Cappella Santa Mariadei Carcerati (Tremlett)Palazzo Re EnzoPiazza NettunoBologna
qui alcune immagini
Nell'ambito del festival La violenza illustrata la mostra itinerante Testimoni silenziose, dedicata alle vittime della violenza domestica, viene reinterpretata quest’anno da una installazione di Fabiola Ledda, che allestisce un sacrario intimo dedicato alle donne uccise in Italia nel 2010 dalla violenza maschile (elenco tratto dal report sul femicidio curato da volontarie della Casa delle donne).
L’immagine fa riferimento alla Morte della Vergine
del Caravaggio, che fu rifiutata in quanto era stata utilizzata come
modella il corpo di una donna di “scarsa reputazione” ripescata dalle
acque del Tevere.
Nel lavoro di Fabiola Ledda il corpo è in posizione simile ma in un ambiente protetto e domestico. Un tavolo spoglio lo accoglie, sulla parete nello sfondo l'immagine di un sogno futuro o passato (un uomo con 2 bambini). La donna è morta? È viva? Dorme? In ogni caso sorride e sembra serena.
Un'installazione che offre numerose chiavi di lettura ed interpretazione, non offre nessun commento definito, ma sottolinea la potenza della vita che avanza in un corpo fragile in quanto esposto. Sul pavimento, come una lapide, 127 nomi e 127 fiori, uno per ogni donna vittima per mano maschile in Italia nel 2010.
Un sacrario intimo in un luogo pubblico e centrale come la piazza, già luogo di altre memorie e di altri sacrari, per ricordare il 25 novembre - giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
__________________________________________________
Promozione - Casa delle donne per non subire violenza Onlus
via dell`Oro, 3 - 40124 Bologna
Tel. +39 (0)51 6440163 - FAX 051-3399498 - www.casadonne.it
08 novembre 2011
Alberto Masala: “Questo modello politico non tollera l’intelligenza” (di Laura Fois)
Un'intervista che mi ha fatto Laura Fois su L'Universale.
La ringrazio.
In un’intervista via mail, il poeta spazia dall’arte alla
situazione della cultura e della politica in Italia, mettendo due
generazioni a confronto…
Se Serge Pey l’ha definito “uno fra i maggiori testimoni della poesia contemporanea”, per Jack Hirschman è “un poeta dell’esortazione, un anarchico con coscienza di livello culturalmente internazionale, ed una produzione di tale ispirazione e tanto catalisticamente avanti da essere progenitrice come lo sono stati Antonin Artaud in Francia e Julian Beck con il Living Theater negli U.S.A”. Alberto Masala non ha certo bisogno di presentazioni se non fosse tanto acclamato internazionalmente quanto sconosciuto in patria. Restio a pubblicare libri (anche se alla fine l’hanno convinto), testardo cultore e difensore della poesia orale in quanto sardo. “Non dimentico mai”, scrive nel suo blog, di provenire da una società che si è mantenuta attraverso la produzione orale”. Masala appartiene poi alla Beat Generation, perché la sua è anche poesia di rottura. Ha tradotto racconti inediti di Kerouac; di Hirschman e di Gregory Corso è un grande amico. Ad aprile di quest’anno, il suo capolavoro, “Alfabeto di strade (e altre vite)”, è stato mandato in ristampa a un anno dalla sua uscita. Negli Stati Uniti è andato a ruba. Alberto Masala è un poeta che vive di scrittura.
Di scrittura? La prima domanda mi è sorta spontanea, nella nostra lunga corrispondenza via mail. E anche se lui mi ha risposto dalla tastiera di un pc, a me è sembrato di non averle lette queste sue parole che seguono, ma di averle ascoltate. Perché ogni parola del poeta è voce, essenza che si propaga in chi non ha voce, e alfabeto di comunicazioni e significati che ti entrano in testa e restano, come la colonna sonora delle nostre vite.
- - -
Come si fa a vivere solo di scrittura di questi tempi?
Non lo so… davvero… so solo che ogni volta che sembra che stia per sprofondare arriva qualcosa: un reading, un concerto, un laboratorio, un seminario, una conferenza, un festival, il bonifico delle vendite di un libro, una traduzione (io però me le scelgo e decido chi tradurre e chi no…), o la ‘commissione’ per scrivere (come l’opera per Jaco Pastorius che ho presentato quest’estate in concerto)… oppure un lavoretto ‘sporco’ (come fare da ghostwriter, ultimamente me ne capitano…) – certo… bisogna che ti conoscano almeno un po’ – . Ma è molto difficile, direi impossibile – infatti non capisco ancora come si fa ed ogni giorno penso di essere vicinissimo al baratro della miseria più estrema – ma non mi preoccupo troppo: succederà qualcosa, vedremo… intanto vado avanti e passano gli anni – alcuni migliori, altri peggiori…
Mi ha incuriosito il link “Io sono un’artista, non vuol dire che lavoro gratis”, che hai pubblicato su Facebook qualche giorno fa. Allora ti chiedo, qual’è la situazione dell’artista italiano, e più in generale della cultura nostrana?
In Italia non c’è alcuna attenzione per la cultura, e negli ultimi decenni la situazione è solo peggiorata fino a toccare una condizione drammatica. Non dico niente di nuovo se affermo che in questo paese non c’è alcun sostegno per gli artisti, ma anche per tutte le forme di studio e di ricerca. In Italia l’intelligenza e lo studio non sono considerati un valore. Non c’è speranza: stiamo assistendo ad un impoverimento generalizzato che umilia le coscienze di chi vorrebbe praticare una professione intellettuale. Non vedo un futuro, almeno nell’immediato. Ci vorrà molto tempo e consapevolezza per poter ricuperare, ma, al presente, ogni giorno che passa annerisce ancora di più l’orizzonte.
Questa politica dei tagli ha per te lo scopo di far promuovere un certo tipo di cultura oppure di far soffocare arti scomode, nuove e indipendenti?
No, è molto peggio… è una politica cieca che tende solo a conservare il privilegio di chi già ce l’ha. Soffoca indifferentemente tutte le arti a tutti i livelli. E chi emerge non è perché fa arte, ma perché ha assonanze col potere a cui è funzionale. Gli altri, chi ce la fa, sopravvivono. I meno garantiti, sono soffocati. Ovviamente soccombono per primi i giovani, gli indipendenti, chi è agli inizi, chi è meno attrezzato…
La tua è poesia civile. Mentre in tutto il mondo ci sono stati manifestazioni e movimenti di persone indignate e organizzate, perché noi italiani non siamo riusciti a fare lo stesso? Come definiresti la situazione attuale in cui versa l’Italia e i giovani italiani?
Spesso mi pongono la stessa questione. E rispondo così: “La mia poesia è certamente incivile vista la posizione nei riguardi della civiltà e le mie origini barbariche. Non esiste poesia civile, esiste solo poesia”. Non credo nell’idea di civiltà.
Chi si fa denominare ‘civile’ nell’arte spesso deve sforzarsi di non cadere nell’Ego ed esibisce come meritoria questa posizione, come un valore, come se non fosse normale. Spesso l’assunzione del ‘civile’ è una tappa per accumulare punteggi di una carriera pavida e prudente. Pasolini e Majakovskij non necessitavano di questa definizione: erano poeti e basta. Io vivo fuori dal contesto, ai margini, quindi non sono civile. Ma scrivo e pronuncio senza sforzo morale. Gli indignados o la Primavera Araba sono fenomeni che mi riguardano perché perseguono istanze di liberazione. Ed ogni movimento di liberazione mi affratella naturalmente. Con la mia scrittura sono già lì da sempre. L’arte non può parlare di libertà, un concetto morale, astratto, svuotato dall’uso distorto che se ne fa, ma deve parlare di liberazione.
Riguardo ai giovani in Italia, vedo fenomeni di lucidità e di luminosità sparsi un po’ ovunque, ma avranno molto da ricuperare in una situazione che ha eletto le merci ed il consumo a paradigma, a misura delle cose. Ho fiducia, incontro continuamente giovani meravigliosi, intelligenti… ma fanno parte di una generazione di Aspettanti che non hanno ancora preso in mano il loro destino. La mia era invece una generazione di Desideranti che cambiava il mondo. Non eravamo migliori, ma il desiderio ed il coraggio erano dei valori portanti. La differenza sta proprio qui. Oggi non si sa distinguere tra bisogni reali e bisogni indotti, si ha paura di non avere, di non possedere, di non sembrare. E tutto si esaurisce con rapidità.
Come definisci la politica? Se l’arte deve parlare di liberazione la politica di cosa dovrebbe parlare o meglio cosa dovrebbe fare?
Tutto è politica. Anche il privato, anche le scelte personali lo sono. Figurarsi quelle, come l’arte, che hanno una valenza ed un’evidenza pubblica! La politica dovrebbe essere applicazione materiale dell’etica. La Costituzione in Italia ha posto dei principi condivisibili. Ma viene ignorata ed umiliata. La politica dovrebbe occuparsi di attuarla tendendo alla giustizia sociale.
C’è stato qualche politico che hai ammirato in Italia nel passato recente e vedi per caso qualche spiraglio o speranza tra le nuove generazioni che stanno iniziando ad entrare nel mondo della politica? Secondo te, c’è bisogno di un ritorno alla grande politica o sei d’accordo nel sperimentare nuove forme di democrazia diretta e partecipativa così come sta accadendo nei vari movimenti Occupy?
Nel passato recente non ho ammirato alcun politico. Questo è un sistema che non mi rappresenta. Si è arrivati al paradosso che quando un politico, nelle sue convinzioni, cerca di agire con coscienza e consapevolezza, con onestà e serietà, è da ammirare? Sta solo facendo quello che dovrebbe fare: mio padre ha lavorato onestamente per tutta la vita, perché anche lui non dovrebbe? Non capisco cosa tu intenda per “grande politica”. Non ho un modello a cui ritornare. Quelli che ho visto sfilare finora non erano altro che forme organizzative più o meno approfondite di gestione del potere. Veniamo dal fascismo, poi la Democrazia Cristiana, poi il Centrosinistra che ha prodotto altre degenerazioni. Ora il Berlusconismo. Stragi di Stato, mafie, svendita del territorio, scelte economiche devastanti, speculazioni, trame, massoneria, devastazione ambientale… sai dirmi quando mai c’è stata “Grande Politica”? Io non ne ricordo alcuna traccia. Quanto ai giovani: se parliamo di intelligenza, capacità intuitive, ricerca… ho molte speranze nelle nuove generazioni. Sono convinto che siano migliori di quelli che li hanno preceduti. Ma chi ora entra in politica lo fa su modelli vecchi e inattuali. Penso che il potere tenda sempre ad autoriprodursi. Dunque, a queste condizioni, i giovani non sono migliori dei loro padri. Chi pensa diversamente oggi non “entra in politica”. Agisce nel sociale e propone modelli di democrazia diretta… appunto. Ma opera in condizioni di arretratezza, di invisibilità… resiste a fatica. Questo modello politico non tollera l’intelligenza.
leggi qui l'intervista su L'Universale...
o qui su Informazione Libera...
oppure qui su Informare Per Resistere
una nota del giorno dopo:
L'intervista è ripresa anche da Informazione libera e Informare Per resistere. E condivisa da molti su Facebook. Sono contento, ma allo stesso tempo preoccupato. Avrei preferito che certe mie amare affermazioni sulla cultura in Italia - dato che il mio punto d'osservazione (il modo in cui vivo e guardo le cose) potrebbe essere considerato "estremo" - fossero ritenute pessimistiche, piuttosto che condivise così tanto e con tale convinzione. Se molti la pensano come me... ohi ohi...
La ringrazio.
In un’intervista via mail, il poeta spazia dall’arte alla
situazione della cultura e della politica in Italia, mettendo due
generazioni a confronto…Se Serge Pey l’ha definito “uno fra i maggiori testimoni della poesia contemporanea”, per Jack Hirschman è “un poeta dell’esortazione, un anarchico con coscienza di livello culturalmente internazionale, ed una produzione di tale ispirazione e tanto catalisticamente avanti da essere progenitrice come lo sono stati Antonin Artaud in Francia e Julian Beck con il Living Theater negli U.S.A”. Alberto Masala non ha certo bisogno di presentazioni se non fosse tanto acclamato internazionalmente quanto sconosciuto in patria. Restio a pubblicare libri (anche se alla fine l’hanno convinto), testardo cultore e difensore della poesia orale in quanto sardo. “Non dimentico mai”, scrive nel suo blog, di provenire da una società che si è mantenuta attraverso la produzione orale”. Masala appartiene poi alla Beat Generation, perché la sua è anche poesia di rottura. Ha tradotto racconti inediti di Kerouac; di Hirschman e di Gregory Corso è un grande amico. Ad aprile di quest’anno, il suo capolavoro, “Alfabeto di strade (e altre vite)”, è stato mandato in ristampa a un anno dalla sua uscita. Negli Stati Uniti è andato a ruba. Alberto Masala è un poeta che vive di scrittura.
Di scrittura? La prima domanda mi è sorta spontanea, nella nostra lunga corrispondenza via mail. E anche se lui mi ha risposto dalla tastiera di un pc, a me è sembrato di non averle lette queste sue parole che seguono, ma di averle ascoltate. Perché ogni parola del poeta è voce, essenza che si propaga in chi non ha voce, e alfabeto di comunicazioni e significati che ti entrano in testa e restano, come la colonna sonora delle nostre vite.
- - -
Come si fa a vivere solo di scrittura di questi tempi?
Non lo so… davvero… so solo che ogni volta che sembra che stia per sprofondare arriva qualcosa: un reading, un concerto, un laboratorio, un seminario, una conferenza, un festival, il bonifico delle vendite di un libro, una traduzione (io però me le scelgo e decido chi tradurre e chi no…), o la ‘commissione’ per scrivere (come l’opera per Jaco Pastorius che ho presentato quest’estate in concerto)… oppure un lavoretto ‘sporco’ (come fare da ghostwriter, ultimamente me ne capitano…) – certo… bisogna che ti conoscano almeno un po’ – . Ma è molto difficile, direi impossibile – infatti non capisco ancora come si fa ed ogni giorno penso di essere vicinissimo al baratro della miseria più estrema – ma non mi preoccupo troppo: succederà qualcosa, vedremo… intanto vado avanti e passano gli anni – alcuni migliori, altri peggiori…
Mi ha incuriosito il link “Io sono un’artista, non vuol dire che lavoro gratis”, che hai pubblicato su Facebook qualche giorno fa. Allora ti chiedo, qual’è la situazione dell’artista italiano, e più in generale della cultura nostrana?
In Italia non c’è alcuna attenzione per la cultura, e negli ultimi decenni la situazione è solo peggiorata fino a toccare una condizione drammatica. Non dico niente di nuovo se affermo che in questo paese non c’è alcun sostegno per gli artisti, ma anche per tutte le forme di studio e di ricerca. In Italia l’intelligenza e lo studio non sono considerati un valore. Non c’è speranza: stiamo assistendo ad un impoverimento generalizzato che umilia le coscienze di chi vorrebbe praticare una professione intellettuale. Non vedo un futuro, almeno nell’immediato. Ci vorrà molto tempo e consapevolezza per poter ricuperare, ma, al presente, ogni giorno che passa annerisce ancora di più l’orizzonte.
Questa politica dei tagli ha per te lo scopo di far promuovere un certo tipo di cultura oppure di far soffocare arti scomode, nuove e indipendenti?
No, è molto peggio… è una politica cieca che tende solo a conservare il privilegio di chi già ce l’ha. Soffoca indifferentemente tutte le arti a tutti i livelli. E chi emerge non è perché fa arte, ma perché ha assonanze col potere a cui è funzionale. Gli altri, chi ce la fa, sopravvivono. I meno garantiti, sono soffocati. Ovviamente soccombono per primi i giovani, gli indipendenti, chi è agli inizi, chi è meno attrezzato…
La tua è poesia civile. Mentre in tutto il mondo ci sono stati manifestazioni e movimenti di persone indignate e organizzate, perché noi italiani non siamo riusciti a fare lo stesso? Come definiresti la situazione attuale in cui versa l’Italia e i giovani italiani?
Spesso mi pongono la stessa questione. E rispondo così: “La mia poesia è certamente incivile vista la posizione nei riguardi della civiltà e le mie origini barbariche. Non esiste poesia civile, esiste solo poesia”. Non credo nell’idea di civiltà.
Chi si fa denominare ‘civile’ nell’arte spesso deve sforzarsi di non cadere nell’Ego ed esibisce come meritoria questa posizione, come un valore, come se non fosse normale. Spesso l’assunzione del ‘civile’ è una tappa per accumulare punteggi di una carriera pavida e prudente. Pasolini e Majakovskij non necessitavano di questa definizione: erano poeti e basta. Io vivo fuori dal contesto, ai margini, quindi non sono civile. Ma scrivo e pronuncio senza sforzo morale. Gli indignados o la Primavera Araba sono fenomeni che mi riguardano perché perseguono istanze di liberazione. Ed ogni movimento di liberazione mi affratella naturalmente. Con la mia scrittura sono già lì da sempre. L’arte non può parlare di libertà, un concetto morale, astratto, svuotato dall’uso distorto che se ne fa, ma deve parlare di liberazione.
Riguardo ai giovani in Italia, vedo fenomeni di lucidità e di luminosità sparsi un po’ ovunque, ma avranno molto da ricuperare in una situazione che ha eletto le merci ed il consumo a paradigma, a misura delle cose. Ho fiducia, incontro continuamente giovani meravigliosi, intelligenti… ma fanno parte di una generazione di Aspettanti che non hanno ancora preso in mano il loro destino. La mia era invece una generazione di Desideranti che cambiava il mondo. Non eravamo migliori, ma il desiderio ed il coraggio erano dei valori portanti. La differenza sta proprio qui. Oggi non si sa distinguere tra bisogni reali e bisogni indotti, si ha paura di non avere, di non possedere, di non sembrare. E tutto si esaurisce con rapidità.
Come definisci la politica? Se l’arte deve parlare di liberazione la politica di cosa dovrebbe parlare o meglio cosa dovrebbe fare?
Tutto è politica. Anche il privato, anche le scelte personali lo sono. Figurarsi quelle, come l’arte, che hanno una valenza ed un’evidenza pubblica! La politica dovrebbe essere applicazione materiale dell’etica. La Costituzione in Italia ha posto dei principi condivisibili. Ma viene ignorata ed umiliata. La politica dovrebbe occuparsi di attuarla tendendo alla giustizia sociale.
C’è stato qualche politico che hai ammirato in Italia nel passato recente e vedi per caso qualche spiraglio o speranza tra le nuove generazioni che stanno iniziando ad entrare nel mondo della politica? Secondo te, c’è bisogno di un ritorno alla grande politica o sei d’accordo nel sperimentare nuove forme di democrazia diretta e partecipativa così come sta accadendo nei vari movimenti Occupy?
Nel passato recente non ho ammirato alcun politico. Questo è un sistema che non mi rappresenta. Si è arrivati al paradosso che quando un politico, nelle sue convinzioni, cerca di agire con coscienza e consapevolezza, con onestà e serietà, è da ammirare? Sta solo facendo quello che dovrebbe fare: mio padre ha lavorato onestamente per tutta la vita, perché anche lui non dovrebbe? Non capisco cosa tu intenda per “grande politica”. Non ho un modello a cui ritornare. Quelli che ho visto sfilare finora non erano altro che forme organizzative più o meno approfondite di gestione del potere. Veniamo dal fascismo, poi la Democrazia Cristiana, poi il Centrosinistra che ha prodotto altre degenerazioni. Ora il Berlusconismo. Stragi di Stato, mafie, svendita del territorio, scelte economiche devastanti, speculazioni, trame, massoneria, devastazione ambientale… sai dirmi quando mai c’è stata “Grande Politica”? Io non ne ricordo alcuna traccia. Quanto ai giovani: se parliamo di intelligenza, capacità intuitive, ricerca… ho molte speranze nelle nuove generazioni. Sono convinto che siano migliori di quelli che li hanno preceduti. Ma chi ora entra in politica lo fa su modelli vecchi e inattuali. Penso che il potere tenda sempre ad autoriprodursi. Dunque, a queste condizioni, i giovani non sono migliori dei loro padri. Chi pensa diversamente oggi non “entra in politica”. Agisce nel sociale e propone modelli di democrazia diretta… appunto. Ma opera in condizioni di arretratezza, di invisibilità… resiste a fatica. Questo modello politico non tollera l’intelligenza.
leggi qui l'intervista su L'Universale...
o qui su Informazione Libera...
oppure qui su Informare Per Resistere
una nota del giorno dopo:
L'intervista è ripresa anche da Informazione libera e Informare Per resistere. E condivisa da molti su Facebook. Sono contento, ma allo stesso tempo preoccupato. Avrei preferito che certe mie amare affermazioni sulla cultura in Italia - dato che il mio punto d'osservazione (il modo in cui vivo e guardo le cose) potrebbe essere considerato "estremo" - fossero ritenute pessimistiche, piuttosto che condivise così tanto e con tale convinzione. Se molti la pensano come me... ohi ohi...
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